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LA VERGOGNOSA SVENDITA DELLA PISCINA COMUNALE CONTRO IL VOLERE DEI CITTADINI. MA GLI “AMICONI DI MAROSTICA” SCOMAZZON E COLOSSO HANNO DECISO. MOZZO NON CONTA, È SOLO IL LORO PORTAVOCE.

Riceviamo lettera da un cittadino e pubblichiamo.

Una comunità si costituisce sulla base di “doveri” (quello che io devo) e di “diritti” (quello che io aspetto) condivisi.
Seguo, con vari ruoli, gli eventi di Marostica dal 1953. Rilevo, con dispiacere, che parecchie delle attese cittadine, a tutt’oggi, sono state disattese.
Marostica è l’unico ex-capoluogo di distretto (con giurisdizione che, un tempo, andava dall’Altopiano dei Sette Comuni a Sandrigo) e di collegio elettorale (da Conco a Montegaldella), che, nel secondo dopoguerra, non ha avuto l’evoluzione demografica dei comuni contermini (la popolazione è sempre oscillata attorno ai 12.000 residenti; solo negli ultimi anni ha puntato ai 14.000, raggiunta da Rosà, Cassola, Romano d’Ezzelino, un tempo considerati “borghi” da noi “castellani”).
Marostica non ha una scuola superiore (ce l’hanno Nove e Breganze – abbiamo rifiutato, nel tempo, geometri, liceo linguistico, alberghiero).
I cittadini non dispongono di una palestra civica (quella in funzione è della scuola).
Per volontà politica dirigenziale abbiamo perso l’ospedale (nonostante il referendum cittadino plebiscitario del 1979 e la concomitante proposta di “complementare” all’erigendo di Bassano, voluto dal senatore Pietro Fabris – fra i primi in Italia, noi, ad offrire ai pazienti le camere a 2 letti – struttura ora riutilizzata per il coronavirus).
E l’elenco delle “disavventure” potrebbe continuare…

Venendo alla “piscina”, sono stato uno strenuo sostenitore del servizio e consigliere comunale membro dell’apposita commissione comunale negli anni Ottanta per la sua realizzazione, in un clima cittadino, che vedeva contrapposto l’interesse di pochi per inserire nel Piano Regolatore Generale il centro sportivo “privato” di Marsan (comprendente la piscina) alternativo al progetto pubblico nella zona sportiva “XXV Aprile”. Per fortuna la Regione Veneto, accogliendo il nostro ricorso, stralciò la variante privata dal P.R.G.
Ricordo i viaggi che facemmo nel territorio regionale con il presidente assessore allo sport Giovanni Benacchio – fervido sostenitore del pubblico – per avere idee, progettualità, percorsi.
Ricordo le infuocate riunioni del Consiglio Comunale nel 1982 per l’assunzione del mutuo di un miliardo di lire dal Credito Sportivo e l’avvio di un appalto-concorso per la costruzione dell’atteso edificio.
Ricordo i discorsi inaugurali del 1987, tutti “orgogliosi” di aver dato alla Città la piscina pubblica.
Tutto ciò premesso, lancio un caloroso appello al Sindaco, all’Assessore allo Sport, alla Consulta fra le Associazioni Culturali, alle Associazioni Sportive, al Volontariato, ai Concittadini tutti per conservare il bene comune.
Il “pubblico” garantisce, a condizioni democratiche accessibili, il servizio al cittadino, a tutti i cittadini indistintamente; il “privato” può imporre le sue condizioni di interesse personale.

Cedere la piscina al privato è un colossale errore sociale.

Già abbiamo ristretto – con le concessioni edilizie al privato – la prevista zona sportiva delle Ravenne, che, nell’idea originaria poteva offrire ai Marosticani ed ai contermini campi di calcio, campi di tennis, bocciodromo, palazzetto dello sport, piscina, teatro polivalente; idea tanto più valida ora con la realizzazione in corso della superstrada Pedemontana, che faciliterà gli accessi alla zona.

A cura dell’Osservatorio Economico Sociale di Marostica